Da che parte va la comunicazione nell'era delle tecnologie e dell'entropia?
Chi come noi si occupa di comunicazione a partire dall'epoca dei fax a carta termica e delle scarpinate per consegnare un comunicato stampa "urgente" si chiede, non senza una certa apprensione, quali destini possa avere questa professione che nasce nel campo delle arti, cresce con lo sviluppo dei mezzi e rischia di perdere la propria missione nell'era dell'urlo e dell'apparenza e dell' "apparizione". Riusciamo ancora a far giungere alla gente un qualsiasi messaggio senza dover necessariamente chiuderci in una casa spiati da telecamere o confinati su di un'isola, in mezzo a serpenti e zanzare?
E' ancora possibile fornire informazioni reali e concrete al pubblico?
E' questo in grado di usare i propri ormai sicuramente annebbiati "sensi" per distinguere ciò che gli interessa nell'universo dei segnali che lo bombarda?
La matematica, per spiegare le origini della Vita, risale al concetto di "Nulla" e lo esalta, in realtà giungendo ben in ritardo rispetto alle più antiche forme di spiritualità che dicono lo stesso da millenni. Praticamente, i matematici oggi asseriscono che tutto parte dallo "zero", cioè da un insieme vuoto. Non è nostro fine addentrarci oltre in questa discussione a metà strada tra lo scientifico e il teologico. Ma una riflessione nasce: se tutto viene dal Nulla, come possiamo riuscire a sopravvivere degnamente in questo "caos del Pieno"?
Dove lo troviamo più il Vuoto, in questa società esorbitante di segnali più o meno effimeri e ridondanti?
Il crescente malessere delle società opulente potrebbe derivare proprio da questo progressivo allontanamento da quel "Vuoto" che altrove non si trova se non nell'intima essenza di ciascuno di noi?
Noi comunicatori siamo sicuramente complici si questa infelicità che difficilmente si giustifica se guardiamo al cresciuto tenore di vita delle nostre società economicamente avanzate e al maggiore potere d'acquisto che consente a masse crescenti di abbandonare l'esigenza di soddisfare i bisogni primari per indirizzare la propria attenzione verso shopping voluttuari.
Ma, lasciateci chiedere a voce alta, pur senza rinunciare a prenderci la nostra responsabilità di comunicatori che ben ci spetta, quanto fa nel creare questa sofferenza che si avvicina ormai all'angoscia collettiva la mania di protagonismo dei nostri manager che contano articoli e citazioni "un tanto al chilo" e che pretendono di essere sui media per ogni "starnuto" di cui è autore il loro eccellentissimo naso?
Forse, ci dovrebbe essere una riconduzione a un minimo di realismo che passi attraverso l'educazione - se così possiamo dire - del management nostrano, troppo ansioso di superare la prova settimanale per timore della "nomination" per essere invece realmente attento alla qualità di ciò che è giusto dire con l'appropriato tenore di voce. Forse, anche noi comunicatori dovremmo provare con maggiore convinzione e con concrete finalità didattiche a spiegare che voler sempre e a ogni costo apparire non solo non paga, ma alla fine "stanca".
Stanca soprattutto quei pubblici che della comunicazione fanno una professione, come i giornalisti o come, in genere, tutti coloro che non si fanno infinocchiare dai "venghino siori venghino", ma da concrete e veritiere informazioni che non ottenebrino il comprendonio del pubblico. Informazioni che invece si distinguano per la capacità di lasciare un'impronta che porti - come nell'acronimo Attenzione, Interesse, Desiderio, Azione che ci contraddistingue - a un atto che soddisfi gli obiettivi di mercato per i quali, e tramite i quali, in un'economia di profitto, un'impresa sopravvive.
E le associazioni di categoria che ci rappresentano, noi professionisti della comunicazione cioè, cosa fanno? Assistono inerti a questo sfascio del "chi urla di più"?
Guardano senza intervenire chi diventa famoso inventando e divulgando ricerche mai fatte?
Si compiacciono delle salottiere signore di regime che di comunicazione non sanno, ma che conoscono benissimo il "bon ton"?
Dov'è l'impegno in ambito accademico che porti non all'annuale invasione di migliaia di giovani neolaureati in Scienza della Comunicazione (poveri illusi...ma dove finiranno?), ma all'uscita da facoltà economico-aziendali di giovani futuri manager d'impresa che sappiano qualcosa in più sulla comunicazione d'impresa e su come questa debba essere correttamente utilizzata in ambito strategico e non tattico o puramente creativo?
Niente, non si fa niente o, comunque, troppo poco. E così continuiamo allegramente a competere sul chi ha più tonsille, continuando a far salire il livello dell'entropia verso il temuto "troppo pieno" che poi, alla fine svuoterebbe, inevitabilmente (per legge fisica) e non senza gravi traumi, la vasca che tracima.
E? vero che in principio era il nulla e che infine, tutto vi ritornerà...ma perché affrettare consapevolmente i tempi?